REMEMBERING NORMAN AND PATIENCE

Three sages at Spigolizzi: Norman, Patience and Bernard Hickey

RICORDANDO NORMAN E PAZIENZA

By Aldo Magagnino

In Remebering Man, aveva scritto che di arte parlano tutti, storici, filosofi, antropologi e che forse sarebbe stato interessante sentire se per caso anche gli artisti non abbiano qualcosa da dire. Solo che gli artisti sono troppo occupati a lavorare e quando non lavorano, l’ultima cosa che vogliono è partecipare ai dibattiti. Del resto l’arte si fa o la si ammira in stupito silenzio. “Meraviglia tutela” era un motto che ripeteva spesso ed era anche il suo modo di ricordarci che solo la capacità di stupirci delle meraviglie della natura e dell’uomo potranno salvare l’umanità dall’abbrutimento e dall’estinzione precoce. Per Norman Mommens, nato ad Anversa, in Belgio, il 31 maggio 1922, da padre fiammingo e madre inglese, e morto a Spigolizzi, Salve, l’8 febbraio 2000,  l’arte era il lavoro quotidiano, la fatica di dare corpo alle sue visioni, alla sua idea della vita e della bellezza del creato, giorno per giorno, intrecciando linee e colori, cavando forme morbide, come “materia sorgente” dal freddo marmo di Carrara, dal tufo salentino e dalle pietre di mezza Europa, dall’Inghilterra alla Grecia. Aveva studiato presso la scuola di Architettura ed Arti Visive di Amsterdam con H. Th. Wijdeveld, ma la guerra e due anni di lavori forzati in Germania l’avevano costretto ad interrompere gli studi. Di quegli anni conservò la passione per il disegno, probabilmente ereditata dal padre, che era un ingegnere della Kromhout, in seguito confluita nella British Leyland, che produceva la famosa auto belga Minerva. Quando negli anni ottanta Norman comprò una nuova Land Rover, il concessionario gli chiese se volesse, tra gli altri accessori, un certo servocomando. All’inizio la cosa sembrò a Norman un’inutile spesa voluttuaria, ma poi, ricordando che anche suo padre aveva lavorato a quel brevetto, lo fece includere.

Nel 1949 si trasferì in Inghilterra e decise di dedicarsi alla scultura, ma il disegno continuerà ad accompagnare la sua vita creativa, soprattutto durante gli ultimi dieci anni, quando si legherà in maniera sempre più intima alla sua attività intellettuale. In Inghilterra, sposerà Ursula Darwin, pronipote del grande Charles. Ursula era anche pronipote di Josiah Wedgewood, il fondatore della celebre casa produttrice di ceramiche inglesi e lei stessa diventerà una rinomata ceramista. Forse, prima di dedicarsi alla scultura, per qualche tempo anche Norman accarezzò l’idea di plasmare vasi al tornio e decorarli. Ma “l’Uomo di Pietra”, come amava chiamarlo Antonio Verri, non poteva sfuggire al suo destino. La pietra, probabilmente, l’aveva già stregato. La coppia si separò in seguito, ma Norman e Ursula rimasero in qualche modo in contatto per il resto della vita, anche se, come qualche loro comune amico afferma, nel fondo del suo cuore Ursula non perdonò mai a Patience di averle portato via Norman. Per il resto della vita continuerà anche l’ammirazione di Norman per Charles Darwin e le sue opere. Sotto un certo punto di vista, si può dire che ne fu ispirato anche per quella vena meditativa che avrebbe sviluppato e coltivato fino alla fine. Ursula era amica di Leonard Woolf, il grande saggista, scrittore inglese, animatore del circolo di intellettuali londinesi noto come “Bloomsbury Group” e marito di Virginia Stephen, più nota come Virginia Woolf. Fu tramite Ursula che Norman conobbe Leonard, il quale gli commissionò il “Goliath”, una statua di marmo per il giardino di Monk’s House, la casa di campagna che lui e Virginia avevano comprato a Rodmell, nell’East Sussex.

Per Norman il lavoro era soprattutto gioia, gioia interiore ed esteriore. La gioia esteriore era evidente. Bastava osservarlo mentre disegnava o scolpiva oppure mentre era assorto a scrivere, a elaborare calcoli per realizzare complicati disegni geometrici col compasso, riempiendo a matita decine di pagine, con una grafia minuta, ordinata e precisa. Ho visto delle vecchie foto che lo ritraggono con martello e scalpello davanti ad un blocco di marmo ancora grezzo, foto in bianco e nero che sembrano parlare come una delicata poesia. Il volto è sempre disteso e negli occhi brilla la luce di chi già pregusta la gioia di aver tratto dalla materia informe un’altra creazione. Ha venduto tante statue e disegni, che ora distillano la sua gioia negli angoli più diversi del mondo. Anche gli artisti devono vivere. Ma non era per il denaro che lavorava e del resto il suo stile di vita era, come amava dire il nostro comune amico Bernard Hickey, di una “francescana semplicità”.

Ogni sua opera era di fatto, un contributo alla bellezza della terra. Alla terra sfruttata, violentata quotidianamente, Norman tentava di restituire bellezza e capacità di ispirazione. E ci riusciva. Bastava guardare Spigolizzi e non solo le sculture che ancora testimoniano il suo passaggio. Anche il suo modo di lavorare la terra era una testimonianza della gioia che l’arte sa creare. Conservo alcune foto del campo di fronte alla masseria, dall’altra parte della strada, scattate dall’alto della “torre”. Le piante di legumi, di ortaggi, di verdure, disegnano cerchi concentrici attorno al grande “fool” di pietra, tenui linee che in tutte le tonalità del verde sembrano tracciare sul terreno una delle grandi spirali tanto care alla sua Patience, lo spirito gemello incontrato a Londra negli anni cinquanta e che per quarant’anni dividerà la vita con lui.

Per trent’anni sono stati cultori e difensori della macchia, della poetica bellezza del lentisco, della salsapariglia, la smilax aspera che decora i vasi messapici, delle antiche vestigia del Salento. Pazienza aveva sviluppato una capacità più unica che rara a individuare i frammenti di selce neolitica. La sua collezione di punte di freccia faceva invidia a un museo. Norman aveva ideato un fumetto, che firmava con lo pseudonimo di Nimbo. Il personaggio era una lucertola salentina, “Coppula Tisa”, che con pungente ironia invitava ad aprire gli occhi sui disastri ambientali provocati dalla cupidigia criminale di pochi e dall’insensibilità o dall’omertà di molti.

Anche per Patience Gray il lavoro nella stanza che si affacciava sul “lago di pietra” era gioia, che si trattasse di creare gioielli, di redigere un articolo per il New York Times o di scrivere uno dei suoi libri di cucina che ora sono dei best seller internazionali. Era nata a Shackleford, nel Surrey, non lontano da Londra, il 31 ottobre 1917 da Olive e Herman Stanham. Il nonno paterno Johann Warschawski, era un rabbino polacco rifugiatosi in Inghilterra per sfuggire alle persecuzioni del 1861. Fu il padre Herman a cambiare il cognome polacco Warschawski in Stanham prima di arruolarsi in un reggimento di artiglieria a cavallo. Patience aveva cominciato giovanissima a viaggiare. A sedici anni era in Germania a studiare tedesco ed economia, anche se preferiva l’arte e la storia. Tuttavia, conseguì il baccalaureato in Economia alla London University. Nel 1938 partì con sua sorella Tanya, poi diventata valente fotografa, per un viaggio in Romania. Lì scrisse forse il suo primo articolo, per un giornale rumeno, in occasione della morte della Regina Maria di Romania. Il direttore del quotidiano si invaghì di lei e la corteggiò inondando la sua stanza di fiori, il profumo dei quali finì col nausearla. Per sottrarsi alle attenzioni del galante giornalista scappò via da Bucarest con Tania diretta a Balcic, sul Mar Nero, su un monoplano a quattro posti pilotato da un principe rumeno.

Patience amava dire, riecheggiando Gertrude Stein, “Scrivo per me stessa e per gli estranei.” Noi, gli “estranei”, continuiamo a esserle grati che lo abbia fatto. Per chi ha in casa Honey from a Weed, il suo libro di cucina e cultura del Mediterraneo, di “digiuni rituali e fasti culinari in Toscana, Catalonia, nelle Cicladi e in Puglia,” anche preparare un semplice piatto di ceci è un’esperienza unica, un’immersione nel mondo di una cultura contadina che, senza testimonianze come questa, rischia di divenire ogni giorno più evanescente. Quando si trattò di trovare un titolo adatto, Norman suggerì un verso del poeta inglese William Cowper “They whom Truth and Beauty lead/Can gather Honey from a Weed” (Chi è guidato da Verità e Bellezza/Saprà trarre il Miele dalla Malerba). Il libro, pubblicato nel 1987 da Prospect Books e splendidamente illustrato da Corinna Sargood, è percorso, come amava dire Patience, “da una vena di marmo”, in quanto il marmo ha determinato “dove, come e tra chi abbiamo vissuto”. Infatti questa elegante signora inglese, che negli anni cinquanta aveva fondato la pagina della donna dell’’Observer, sul quale all’epoca scrivevano, tra gli altri, Vita Sackville-West, George Orwell e Anthony Burgess, aveva lasciato la sua casa di Hampstead per seguire la “fame di marmo” del suo compagno scultore, “l’uomo di pietra” come amava definirlo Antonio Verri. La fame di marmo, certo, ma c’era anche il sano appetito di un uomo che lavorava con scalpello e martello. Dalle ricette raccolte durante questa odissea, iniziata nei primi anni sessanta fra Toscana, Francia, Spagna, Grecia, fino all’approdo a Spigolizzi all’inizio degli anni settanta, è nato questo capolavoro, pubblicato da Prospect Nooks nel 1986. In seguito sarebbe uscito anche in edizione economica per MacMillan (anche se a Patience, incorreggibile critica, questa seconda edizione non è mai piaciuta). Oggi la stessa Prospect Books pubblica una bella edizione economica accanto a quella classica rilegata.

Quel libro mi salvò la vita e la salvò anche a mia figlia Alessandra. Dopo la morte di mia moglie Anna, mi ero ritrovato a dover sfamare, oltre a me, una bambina di nove anni. Le cucinavo delle cose terribili nonostante i consigli culinari di qualche buona amica e collega. Ma quando, qualche anno dopo conobbi, Patience e lessi Honey form a Weed, la qualità della cucina nella nostra casa migliorò prodigiosamente, con suprema meraviglia di amici e parenti. Quel libro diventò per me una specie di messale, che tenevo aperto sul tavolo ogni volta che cucinavo. Imparai a parlare di ricette e a dare perfino consigli su come preparare il pollo, il pesce o i legumi. Patience rideva nel sentirmi parlare con la foga del neofita.

Ma prima di Honey from a Weed, c’era stato un altro libro fondamentale per le donne, inglesi e non solo, impegnate nel lavoro e, contemporaneamente, con l’onere di una famiglia a cui badare. Nel 1957 era infatti uscito, per le edizioni Penguin, Plats du Jour, un titolo francese per un libro che diventò ben presto un classico in tutto il mondo anglosassone. Scritto da Patience in collaborazione con Primrose Boyd e illustrato dal loro grande amico David Gentleman, il libro raccoglie centinaia di ricette di pasta, riso, zuppe, pesce, carne, tutti piatti unici capaci di nutrire la famiglia, quasi sempre con poca spesa, e cavare d’impaccio la donna divisa tra casa e lavoro.

Per trent’anni, nella quiete di Spigolizzi, la vita è stata scandita dai diversi lavori che la terra richiedeva col susseguirsi delle stagioni, l’aratura, la semina, le raccolta delle olive, la vendemmia, la festa con tutti gli amici impegnati a produrre il nuovo vino nel palmento fino a tarda notte. Allo stesso tempo, Norman continuava a coltivare la sua arte nello studio, trovando anche il tempo di organizzare delle mostre. Memorabili le esposizioni a Matera, al circolo La Scaletta (“Materia Sorgente”, 1989), le due di Casarano, a Palazzo D’Elia (“Costellazioni, Terra e Pietre”, 1986 e “Crocevia”, 1992) e di Cambridge (1991). Patience, intanto, cesellava parole nella sua stanza, con una sigaretta perennemente accesa tra l’indice e il medio, china sulla sua Olivetti Lettera 22, che qualche volta portavo a far revisionare a Gallipoli, lasciandole in prestito la mia Lettera 32. Questi ritmi quotidiani venivano spesso interrotti dalle visite di amici da ogni angolo del mondo, americani, australiani, inglesi, tedeschi, svedesi, oltre che italiani e locali. Spesso attorno al tavolo della cucina si intrecciavano conversazioni in due o tre lingue diverse. Perché, tra l’altro, Norman e Patience erano poliglotti e parlavano tedesco, fiammingo, francese, spagnolo e catalano, oltre che inglese e italiano.

Norman e Patience erano due meravigliosi affabulatori. Norman aveva sviluppato una affascinante serie di analisi filosofiche e antropologiche, solo in parte confluite in Remembering Man (Edizioni Levante Arti Grafiche, Presicce 1991); le altre sono rimaste in forma di appunti e, purtroppo, mai pubblicate. Per lui, il problema del superamento del bisogno, della povertà, avevano poco a che fare col progresso tecnologico.  Affermava che  le conferenze, i seminari e le disquisizioni sulla stampa, ci lasciano, “un ‘inquietante sensazione che abbiamo perfezionato la balistica, ma che abbiamo solo cartucce a salve … Le macchine e i soldi non potranno salvarci dall’avvelenamento e dalla povertà più di quanto i miglioramenti della meteorologia possano mettere il contadino al riparo dalle incertezze del mercato”. Infatti, le soluzioni che vengono offerte sono tecnologiche e finanziarie mentre il problema, alla radice, è culturale. Lo sviluppo economico e tecnico senza un corrispondente progresso etico rischiano di portare l’uomo a un punto di non ritorno. Per questo, concludeva, era necessario “ricordare l’uomo”, permettere, cioè, ai tratti specifici dell’umanità di riemergere attraverso la compassione, attraverso la ricerca non tanto della “Verità”, quanto della “Sincerità”, per una personale trasformazione. Per Norman l’uomo “è la più splendente manifestazione dell’Immaginazione Creativa, un’incarnazione perfetta del suo potere di definire tutte le cose, mantenendo, allo stesso tempo, la propria natura intrinsecamente ineffabile. Egli è, in questo senso davvero, fatto a immagine del suo Creatore.”

Amavo ascoltare Patience quando mi raccontava della sua vita in Inghilterra negli anni cinquanta, in una Londra non molto diversa da quella che avevo conosciuto io nei primi anni settanta, prima che tutto cambiasse, prima che sparissero i negozietti all’angolo della strada, le botteghe di spezie di Soho, le bottiglie del latte davanti alla porta e le cabine telefoniche rosse. A volte, superando la sua naturale ritrosia, la convincevo a raccontarmi delle persone che aveva conosciuto e fu così che scoprii che aveva incontrato il sommo T. S. Eliot ad un cocktail party in una villa di campagna nel Sussex, qualche anno dopo la fine della guerra. Patience descriverà poi l’incontro in “Meeting Mr Eliot”, uno dei fascicoli inclusi in Work Adventures Childhood Dreams. Nell’estate del 1994, durante uno dei pomeriggi trascorsi a chiacchierare sotto il fico, tirò fuori un libricino delle edizioni Penguin, A Moroccan Diary, un diario di viaggio in Marocco che il suo amico Fred Uhlman, l’autore de L’Amico Ritrovato, aveva scritto nel 1948. Mi raccontò della sua amicizia con Fred, che datava dagli anni ’50, di quando lo scrittore corse a soccorrere lei e i due figli, Nicholas e Miranda, colti da un’improvvisa tempesta sulle montagne del Galles, e mi presto i libri di Uhlman. Nel gennaio 1995, nell’anniversario dei dieci anni della morte dell’amico, Patience pubblicò a sue spese una riedizione, curata da lei e in pochi esemplari numerati, del diario marocchino. Io ne mandai una copia all’editrice Guanda, che aveva già pubblicato altre opere di Uhlman, accompagnata dalla mia traduzione. Qualche mese dopo, dalla Guanda mi telefonarono per annunciarmi l’uscita di Marocco, ma non con la mia traduzione. Per un disguido, alla redazione era giunta solo la versione inglese ed era stata commissionata la traduzione ad un’altra persona. Erano costernati perché in seguito avevano ritrovato la mia traduzione, che era ugualmente buona, ma ormai … La cosa mi dispiacque molto, anche perché Patience aveva limato amorevolmente il mio lavoro, ma quel libro mi portò ugualmente fortuna. Qualche giorno dopo, infatti, mi richiamò Luigi Brioschi, allora direttore editoriale della Guanda, e mi propose di lavorare per loro, con incontenibile gioia di Patience. Le sarò sempre grato anche per questo felice gioco del destino.

Patience ripeteva spesso che vivere ai margini della terra non significa vivere ai margini della cultura. In questo è stata una precorritrice della migliore globalizzazione culturale. In molte aule universitarie non è mai passata tanta cultura quanta ne è passata sopra il tavolo della sua cucina a Spigolizzi. Più volte, troupe radiotelevisive internazionali sono scese a intervistare Patience. Su internet, sul sito del quarto canale radio della BBC è possibile ascoltare una di queste interviste.

Oltre a scrivere per vari giornali e a mantenere una fitta corrispondenza con gli amici lontani, Patience prendeva spunto da episodi della vita quotidiana a Spigolizzi, da articoli letti, da ricordi, per produrre deliziosi fascicoli, che distribuiva agli amici e che in seguito avrebbe raccolto nel già citato volume Work Adventures Childhood Dreams, pubblicato dalle Edizioni Leucasia, a Presicce, nel 1999.

L’ultima opera di Patience è The Centaur’s Kitchen, pubblicato da Prospect Books pochi mesi dopo la morte della scrittrice, avvenuta il 10 marzo 2005. Si tratta della prima edizione di un lavoro che aveva fatto molti anni prima. Il volume ha una genesi tutta particolare. Nel 1964. la compagnia di navigazione Blue Funnel Line, che impiegava una nave, la Centaur appunto, per il trasporto di merci e passeggeri sulla rotta tra Singapore e l’Australia Occidentale, aveva chiesto alla scrittrice, già famosa per Plats du Jour, di scrivere un manuale d’istruzioni, più che un semplice ricettario, adatto per il cuoco cinese di bordo che preparava i pasti per l’equipaggio e i circa 200 passeggeri che la nave trasportava. Le ricette sono state recuperate e delicatamente illustrate dalla figlia di Patience, Miranda Gray. Il risultato è un bellissimo volume, una festa di colori (e di sapori) per gli appassionati e un omaggio postumo a una grande donna.

Molti di noi devono a Patience anche la scoperta o la riscoperta della Grecia. Lei e Norman avevano trascorso un anno sull’isola di Naxos verso la metà degli anni sessanta. Sull’isola egea Norman scolpiva il marmo e Patience scriveva, raccoglieva ricette dalle contadine e cucinava. Vivevano in due cubi di pietra alla periferia di Apollona, sulla costa nord dell’isola, con una vista spettacolare sulla baia, e si immersero completamente nella vita degli isolani. Da quell’esperienza nacque Ringdoves and Snakes, un romanzo pubblicato da MacMillan nel 1989. Chiunque abbia avuto la fortuna di leggere quel libro ha guardato alla Grecia con occhi sicuramente diversi. Chi ha visto il film Mediterraneo di Gabriele Salvatores avrà avuto la stessa sensazione. Patience racconta l’idillio con una natura selvaggia e il loro coinvolgimento nella vita dell’isola, ma anche il lato oscuro delle cose che a volte emerge, improvviso e minaccioso, quando si vive in un luogo e in una cultura che non si riesce mai a penetrare del tutto, il “serpente” sempre in agguato, che alla fine li costringerà a partire, quasi a scappare. Naturalmente, quando decisero di lasciare Naxos, Norman portò via con sé le statue che aveva scolpito e ad Atene dovette sudare sette camicie per avere i timbri e i permessi della soprintendenza greca alle antichità, che doveva certificare che si trattava del lavoro dell’artista e non dell’ennesimo trafugamento di capolavori della civiltà greca. Quando tutte le formalità furono espletate, mentre il camioncino di Norman veniva issato sulla nave per Venezia, con le statue che sporgevano pericolosamente, la gente sulla banchina cominciò a vociare che era così che sparivano i tesori della Grecia.

Norman era convinto che qualunque cosa creata con amore e con gioia fosse anche capace di incorporare queste qualità, di preservarle e restituirle nel tempo. “Sono spore,” diceva, “Spore quiescenti. Prima o poi riusciranno a portare a termine la loro missione.” Per questo, a volte, era capace di regalare le sue opere o di cederle in cambio di un compenso virtuale. Per questo ha piantato alcune delle sue creazioni in posti che forse solo lui conosce. So per certo che c’è una sua piccola statua su una scogliera delle Isole Orcadi. Spesso sulle facciate delle case dei contadini salentini si aprono delle nicchie che custodiscono la statua di un santo al quale sono particolarmente devoti. A Presicce, una di queste nicchie ospita un Sant’Antonio, che Norman cedette in cambio di una damigiana di vino. Un’altra accoglie un San Vito. Come “pagamento”, Norman accettò una damigiana d’olio.

Ma i suoi doni avevano anche un valore simbolico. A me, un giorno, regalò una bella statua di pietra leccese su una base di tufo di madregrazia. Ero tornato da Brindisi in auto. Sotto un sole feroce, avevo riaccompagnato all’aeroporto un rabbino venuto da Roma per confortare il vecchio Arno Mondello morente, l’amico ebreo di Norman e Patience, che viveva con la sua compagna Helen Ashbee alla Bufalaria d’Alessano. Norman si struggeva da settimane per l’amico che moriva senza il conforto della sua religione, lontano da una qualunque comunità ebraica. Si chiedeva se non fosse possibile fare qualcosa. Avevo telefonato a Elio Toaf, allora capo della Comunità Israelitica. Toaf non riusciva a credere che in un mondo afflitto da un crescente antisemitismo qualcuno si interessasse agli ultimi giorni terreni di un vecchio ebreo. Così chiese ad un suo rabbino di volare nel Salento. Arrivò la mattina presto col primo volo e ripartì nel pomeriggio, dopo aver parlato e pregato a lungo con Arno.

Quando ero andato all’aeroporto a prenderlo, alle sette, avevo rischiato di essere arrestato come ladro di valigie, come in un film di Totò. Mi ero già guadagnato occhiate sospette quando ero andato in giro a chiedere ad ogni passeggero, rimasto nella sala arrivi dopo la partenza dell’autobus per Brindisi, se per caso non fosse lui il rabbino che stavo aspettando. Mi guardavano stupiti e poi si scambiavano tra di loro cenni di commiserazione. Quando finalmente trovai il mio rabbino, dopo una rapida stretta di mano, afferrai con fare deciso la valigia che aveva accanto e mi avviai a passo svelto verso l’uscita. All’improvviso, un signore che se ne stava nei pressi della vetrata si precipitò su di noi, gridando che gli stavamo rubando la valigia. Ai poliziotti accorsi, spiegai che, “naturalmente,” quella era la valigia del rabbino. Colto da un dubbio feroce chiesi anche, tra i sogghigni degli agenti: “Lei è il rabbino, vero?” Fu allora che il mio rabbino aprì per la seconda volta la bocca per dire che si, lui era il rabbino, ma che non aveva nessuna valigia. Per un attimo immaginai i titoli del Quotidiano di Lecce, che annunciavano che il vicepreside della Scuola Media “Emanuele Barba” di Gallipoli arrotondava lo stipendio alleggerendo i passeggeri all’aeroporto di Brindisi. Con Norman ridemmo per mesi dell’avventura ma in quel momento avrei preferito sprofondare. Però, furono tutti comprensivi e la cosa finì con tante scuse e strette di mano, anche se i due poliziotti dondolavano la testa come i cavalli della “Madonna dei Miracoli” di Gadda, come per dire “Non lo faccia più.”

Quando la sera tornai a Spigolizzi, Patience servì la cena kosh che aveva preparato con tanta cura e che il rabbino non aveva avuto il tempo di gustare. Restammo a lungo tutti e tre sotto il fico, al lume della lanterna, a parlare e goderci il fresco della sera. Norman era felice. Era convinto che la visita del rabbino fosse stata utile al vecchio amico, il quale non seppe mai che quel dono gli veniva da Norman. Prima che me ne andassi, Norman si alzò e andò nel suo studio. Tornò poco dopo con la statua che chiamava “the fledgling”, l’uccello implume, che non ha ancora lasciato il nido. La statua rappresentava un essere umano senza le braccia e dalle forme immature. Credo che per lui fosse un’allegoria di come ero io allora, un essere ancora un po’ informe nonostante i miei quarant’anni, un uccello che non ancora sapeva volare ma che stava imparando, perché se riuscivo a portare un rabbino a Spigolizzi, forse c’era ancora speranza.

Arno morì serenamente pochi giorni dopo. La visita del rabbino era stato l’ultimo dono di Norman ad un vecchio amico. In seguito, qualcuno tra gli amici tedeschi criticò Norman e Patience per l’iniziativa, affermando che gli ebrei non hanno, a differenza dei cristiani, dei riti che accompagnino il passaggio dalla vita terrena a quella ultraterrena. Patience rispose con soave serenità “Ma il rabbino è venuto.”

Quasi dieci anni dopo, quando volevo comprare un suo angelo, Norman sorrise e assentì silenziosamente e vistosamente con la testa incorniciata dai bei capelli e dalla barba bianchi, con uno di quei suoi gesti caratteristici che tutti coloro che l’hanno conosciuto conservano nel cuore. I suoi angeli sono le cose che più ho amato tra le sue creazioni. Mi aveva narrato com’era nata l’idea degli angeli. In Belgio, durante la seconda guerra mondiale, stava aiutando a soccorrere le vittime di un bombardamento aereo. Sotto le macerie di una casa c’erano una madre e una bambina e un gruppo di uomini teneva sollevata una pesante trave mentre altri cercavano di scavare tra le pietre e i calcinacci. Quando le trovarono erano morte. L’episodio rimase indelebile nella mente di Norman. Quei soccorritori con le braccia sollevate per reggere la trave gli ricordavano degli angeli con le ali ripiegate e da allora li riprodusse in infinite versioni, in legno, in pietra, in marmo, in alluminio.

Nei giorni che seguirono alla mia richiesta, si mise a trafficare con un suo angelo di legno, scolpito diversi anni prima e che conservava ancora qualche vestigia di un’antica verniciatura. Lo sverniciò e lo ridipinse col bianco, il rosso, il blu e l’oro. Però notavo che se la prendeva stranamente molto comoda e la cosa cominciava a preoccuparmi. Ogni volta che andavo a trovarlo, passavo dallo studio per vedere quello che ormai consideravo il mio angelo e lui annuiva sorridendo quando accarezzavo le forme arrotondate della piccola scultura. Ma non diceva nulla.

   Poi, una sera, fece una cosa che per un istante mi tolse il fiato. Mentre, tra un pezzo di pecorino, una fetta di salame e un tarallo ai semi di finocchio, sorseggiavamo un bicchiere del suo “rosso di Spigolizzi”, dal sapore fruttato e con un retrogusto di mirto, timo e rosmarino, all’improvviso mi regalò il “Fool”, il Folle, il solo che abbia mai creato in bronzo, copia fedele in miniatura della grande statua che campeggia sull’aia della sua masseria. Me lo regalò così, come si offre un caffè o un bicchiere di vino. Un oggetto unico dal valore inestimabile, me lo regalò dicendomi semplicemente, “Tieni questo, vedi un po’ se ti piace tenerlo in casa.” Sapevo bene fin dal primo istante che non me ne sarei separato mai più. E lo sapeva anche lui. Capii anche che il “folle” avrebbe sostituito il mio angelo.

Mi sono spesso chiesto perché il “fool” e non l’angelo. Forse per Norman anche quel “fool” ero io, come ero stato “the fledgling” dieci anni prima. In realtà, “fool” non lo ero ancora, ma Norman aveva previsto che forse lo sarei stato. Dovevo ancora svegliarmi del tutto dal mio sonno profondo. Il risveglio era cominciato nel corso degli anni, con le tante parole mangiate e bevute sotto il fico, con le conversazioni che ora mi appaiono un dono “prima della fine del tempo,” come il titolo di un libro bellissimo di Suzi Gablik che Norman mi aveva regalato e che forse, un giorno, mi riuscirà di tradurre. Avevo ancora maschere da perdere prima che il sole mi baciasse il volto scoperto, come il folle di Kahlil Gibran.

   Norman morì l’8 Febbraio 2000 e fu la sera del suo funerale che lo vidi. Di sera, come i gatti. Tornato a casa mi sedetti come al solito davanti al computer, tentando di scacciare quel senso di vuoto che mi pesava come un macigno. Avevo stappato una bottiglia di vino che Norman mi aveva dato solo qualche settimana prima, a Natale. Era l’ultimo vino che avevamo fatto insieme. Il colore rubino sotto la lampada dello scrittoio sembrava ancora più luminoso. Assaporai il gusto intenso e i profumi della macchia, ripensando a quel giorno, solo qualche mese prima, quando avevamo pigiato l’uva e, dopo averla lasciata riposare nel palmento, l’avevamo passata al torchio e infine avevamo versato il mosto nelle botti, che avevamo chiuso con un mazzetto d’erbe al posto del tappo. Fu allora che lo vidi.

   Era appoggiato al monitor. Era lì da anni. Norman me l’aveva regalato per festeggiare un altro Natale: una piccola figura dipinta su una tavoletta. Quello era sempre stata per me: una piccola figura dai colori dolci, un’espressione di meraviglia sul volto, il lungo collo un po’ Modigliani, i lunghi capelli celesti. Ma dietro, lo notavo per la prima volta, si levavano due ali, ritte come una cascata di piume, che ricomparivano dietro le spalle, sotto i capelli. Era il mio angelo che mi guardava da anni senza che io, il “fool”, ne accorgessi. Quando penso all’angelo custode, ora, so com’è fatto, come so che ora Norman è tra gli angeli veri e sono sicuro che li troverà straordinariamente somiglianti a quelli che ha immaginato. Patience lo ha raggiunto cinque anni più tardi, il 10 Marzo 2005 e ora dormono nel cimitero di Salve, a pochi metri l’uno dall’altro, nella terra che avevano scelto per continuare assieme, fino alla conclusione terrena, il romanzo vero del loro destino.

 

Aldo Magagnino

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About The Italian Translator (Aldo Magagnino)

Former teacher of English in Italian State Schools. City and Guilds examinator for ESOL/SESOL exams. Now a full time literary translator. Has translated novels, poems and essays by American, English, New Zealand and Australian authors.
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29 Responses to REMEMBERING NORMAN AND PATIENCE

  1. Alessandra Magagnino says:

    Bellissimo! Arricchisci, rimpingua presto, perchè a me piace davvero tanto. Raccontaci di più.

  2. Alessandra Magagnino says:

    Ma come si fa a scrivere “rimpingua”?….sorry, please!

  3. virginio says:

    Grazie Aldo. Una ricostruzione utile , piacevole e ben scritta.
    Resterà su questo sito? se me la giri via PDF la metto anche sul mio sito .
    continuiamo l’opera!

  4. virginio says:

    Grazie Aldo. Una ricostruzione utile , piacevole e ben scritta.
    Resterà su questo sito? se me la giri via PDF la metto anche sul mio sito.
    continuiamo l’opera!

    • Caro Virginio, scusa il ritardo, ma vari impegni mi hanno impedito di rivisitare il blog. Se vuoi posso mandarti il file in formato word, non sono molto pratico del PDF. Posso provare, però.
      A presto.
      Un caro saluto.

      Aldo

      • Sig. Magagnino buon giorno,
        Sono il proprietario della Masseria del Fano, vicino della Masseria di Nik.
        Sono molto interessato alla traduzione.
        Parlo, scrivo e leggo abbastanza bene l’inglese, ma questo libro è veramente complicato.
        È possibile riceverla?
        Grazie e nella speranza di poterla conoscere di persona la saluto cordialmente.

        Roberto Ziletti

      • Caro Signor Ziletti, credo che lei si riferisca alla traduzione di Remembering Man, di Norman Mommens. In realtà io tradussi quel libro per Norman diversi anni fa, ma Norman non la pubblicò mai, anche se ne era moto soddisfatto (ne avevamo discusso ogni punto!). A quell’epoca non utilizzavo il computer e ne feci una sola copia dattiloscritta, che consegnai a Norman. Credo che sia ancora a Spigolizzi. Prima o poi Nick la troverà, se si mette d’impegno. Altrimenti dovrò rassegnarmi a ritradurre tutto, anche se attualmente non potrei farlo per i numerosi impegni (di traduzione!). La saluto cordialmente e mi auguro di incontrarla prima o poi. Aldo

      • Grazie mille e a presto.

  5. John says:

    Would you happen to have the original English text available, since my Italian is so poor?

  6. augusto says:

    Ciao, Aldo.
    Eri ovviamente tu quel professore d’inglese di Taviano , di cui non ricordavo il nome , che mi condusse da Norman e Patience tanti anni fa. Forse ci accompagnasti con la tua macchina a Spigolizzi . Con noi c’erano altri passeggeri , Nocita, (il tuo preside?) e un’altra persona – un giornalista? – , se non erro, E si vide subito , dal tuo apparire sul ciglio del sentiero ,e poi sulla soglia di quel precipizio fantastico , d’arte e d’amore , quale e quanta affettuosa amicizia, ammirazione, oserei dire una sorta di venerazione, ti legava a quei grandi, straordinari, immensi personaggi che hanno arricchito il Salento e l’umanità tutta. Noi eravamo ospiti testimoni (e giudici ?) di un incontro che rimarrà irripetibile. Forse c’eri anche tu quando intervistai Norman per la radio, a Gallipoli, ma non la sera in cui cenammo insieme all’Associazione dei Marinai…Tanti frammenti di memoria , tanti clic che ritrovo nelle immagini del tuo bellissimo articolo, degno d’essere raccolto in un volume, da cui traspare una continua sorgente d’amore e dolore per la loro scomparsa, tu che – ricordo – avevi molto sofferto per la prematura scomparsa della tua adorata moglie…Tornerò sull’argomento, Aldo, anzi cercherò di trovare quel che anch’io un tempo avevo scritto di Norman e Patience ed ora non riesco più a ritrovare.
    Per ora voglio solo dirti che sono felicissimo di averti ” ritrovato”, perché ti ricordo con molta stima, considerazione e dolcezza un po’ malinconica.
    Grazie di questi straordinari flashes di memorie , nuvole di coriandoli che restano sospese sul divieto di una fossa e d’una croce, perché essi sono là dove l’amore trova ogni ragione di permanenza.
    Un abbraccio
    Augusto

  7. Pingback: Aldo Magagnino: Remembering Norman and Patience | Neobar

  8. Janet Page says:

    Molto grazie per questa storia comprensiva dei due amici magici e indimenticabile della mia giovanezza.

  9. Janet Page says:

    Did you finish the English version of Norman and Patience that you were hoping to create? I am very interested in many aspects, folds, pockets, and potential of such a project!

  10. wwayne says:

    Da quello che scrive mi sento di consigliarLe questo splendido film: https://wwayne.wordpress.com/2014/02/16/capolavoro/. Per noi amanti dell’arte è davvero imperdibile. L’ha già visto?

  11. Che bel ricordo ha scritto. IL food programme della BBC ha appena dedicato una puntata a Patiente Gray. Grazie, stefano

  12. Oh I would love to read an english version of this….

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