Stefania Scorrano: Ti Voglio un Bene Più Grande della Morte.

Aldo Magagnino

 

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Ci sono libri difficili da scrivere, perché si scrivono scavando nelle piaghe dell’anima. Sono libri difficili anche da leggere, perché le tensione narrativa è tale da coinvolgere il lettore in prima persona, come se fosse partecipe del dramma narrato. Per Stefania Scorrano, che nel suo Ti Voglio un Bene Più Grande della Morte (Edizioni Esperidi, 2018), ripercorre la breve vita e il doloroso calvario di Federica, sorella maggiore, stroncata dal Linfoma di Hodgkin a trentatre anni, scrivere è stato il mezzo per elaborare il lutto, per venire a patti col dolore ancora vivo nella carne, dopo ventuno anni. Ma non è un libro triste, tutt’altro. Ti Voglio un Bene Più Grande della Morte è un libro pieno di vita, è un inno alla vita, all’amore fraterno, a tutte quelle piccole cose dell’esistenza quotidiana alle quali troppo spesso prestiamo scarsa attenzione e della cui importanza, della cui essenzialità, ci accorgiamo solo dopo la fine del tempo che ci è stato dato per goderle. Come scrive l’autrice, “è una storia interrotta. Un amore interrotto, una carriera interrotta, un’intera vita interrotta, con l’intervento di una morte troppo, troppo in anticipo rispetto alla normalità delle cose.”

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Federica Scorrano

Per Stefania, Federica è stata una presenza costante fin dal primo istante di vita, fin dai primi vagiti, quando il “panorama è ancora confuso, c’è un sacco di rumore qua intorno e ancora i miei occhi non ce la fanno a metterti a fuoco.” In un flashback l’autrice è convinta di averla vista la sorellina di quattro anni, e forse l’ha vista davvero, che si sporge sulle punte, “con il naso all’altezza della mia culla, tra un pizzo e l’altro”. Tuttavia, i quattro anni di differenza, a quell’età, sono tanti, troppi, per condividere qualcosa di più di qualche gioco infantile. Federica inizia il suo percorso scolastico e Stefania ne segue i progressi in muta adorazione: le cose imparate a scuola, il primo ombretto, provato da Federica di nascosto in bagno, con la fedele complicità della sorellina, le prime uscite, i primi contrasti con i genitori per gli orari di rientro a casa, il motorino. Ritroveranno dopo la loro complicità, le due sorelle, quando anche Stefania si affaccia all’adolescenza. Poi, per Federica arriva il primo amore, quel “Lui” sognato, inseguito in una moltitudine di romanzi letti con passione famelica, un amore che deve essere assoluto o non è nulla, idealizzato a tal punto da non poter essere, forse, reale. E a quell’amore, Federica resterà fedele, nonostante la delusione, in attesa che si realizzi, che “Lui” ritorni, che capisca che è lei, Federica la sua anima gemella. Non accadrà, quell’amore non vedrà mai il suo coronamento e per Federica inizia una parabola calante, sempre più chiusa in se stessa, nel suo mondo di libri, di diari segreti, con la paura di affrontare il mondo, che si riflette nella difficoltà di proseguire gli studi di medicina. Ha una solida preparazione, è prodiga di consigli e spiegazioni ai colleghi di corso, che superano gli esami davanti ai quali lei si arena, per l’insicurezza che l’assilla, forse, ma anche per il maniacale perfezionismo che mette in tutte le cose che fa.

Poi, una serie di esami clinici per spiegare uno strano malessere fisico e la diagnosi fatale. Stefania cercherà il nome della malattia sull’enciclopedia medica di famiglia, mai aperta fino a quel momento, ma Federica ha già capito. Non è ancora un medico, ma sa il calvario che l’aspetta e che, al di là dei protocolli sperimentali, il suo destino è segnato. Pochi mesi dopo, qualche ora prima di morire, Federica mette nella mano della sorella un biglietto, arrotolato. Stefania lo leggerà mentre la sorella dorme un sonno dal quale non si risveglierà più: “Ti voglio un bene più grande della morte. Spero che Dio mi conceda di poterti fare gli auguri un altro anno. Spero che tu sia felice. Federica.” Stefania l’accompagnerà fino alla fine, laverà e vestirà il corpo della sorella, freddo come marmo, senza alcuna “analogia con la bellezza florida a cui ci avevi abituato per trentatre anni,” fino al momento della cremazione, un rito che Federica aveva espressamente chiesto.

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Stefania Scorrano

 

Stefania Scorrano è alla sua prima esperienza come narratrice. Da una funzionaria di banca ci si aspetterebbe più dimestichezza con i numeri che con le lettere. Ma la Scorrano svolge con dedizione, da anni, anche l’attività di Finance & Life Coach, che ha sicuramente contribuito alla maturazione della capacità di introspezione, indispensabile a chiunque voglia cimentarsi con la scrittura, specialmente con un tipo di narrazione particolare come questo, che gli anglosassoni definirebbero “life writing”. Ti Voglio un Bene Più Grande della Morte, i cui proventi saranno devoluti alla ricerca contro il cancro, è scritto in prima persona. La narrazione della Scorrano è serrata, appassionata e appassionante, come può essere solo il canto d’amore a una persona cara troppo presto mancata.

Stefania Scorrano, Ti voglio un bene più grande della morte, Edizioni Esperidi, 2018. Rilegato, pagine 143.

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Patience Gray (1917-2005): ha contribuito a diffondere nel mondo la cultura e la cucina più autenticamente salentine

Aldo Magagnino

(in Salentine, Edizioni Grifo, Lecce 2017, pagg. 144-147)

 

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Patince Gray

La scrittrice inglese Patience Gray merita a pieno titolo di essere inclusa in quest’opera, non solo perché è vissuta per trentacinque anni nel Salento, ma perché ha fatto di questa terra la patria di adozione, contribuendo a diffondere nel mondo la cultura e la cucina più autenticamente salentina, anche se la stragrande maggioranza dei salentini non lo ha mai saputo. Del resto anche in Gran Bretagna e in America era molto meno nota di altre stelle del mondo della cucina internazionale. Sheila Dillon, sul Mail on Sunday, ha scritto che Patience Gray  è “ la più grande scrittrice di cui non abbiate mai sentito parlare”. Perfino Adam Federman, autore della recente, voluminosa e dettagliata, biografia della scrittrice, Fasting and Feasting, the life of visionary food writer Patience Gray, seppe di lei solo quando gli capitò sotto gli occhi un necrologio di Patience apparso su una rivista americana.

Patience Jean Stanham era nata a Shackleford, nel Surrey, un piccolo villaggio nella campagna inglese, il 31 ottobre 1917. Suo padre, Herman era figlio di un di un rabbino polacco, Paul Warschawski. Paul era emigrato in Inghilterra verso la metà dell’Ottocento, dove aveva sposato Harriet Stanham. Herman, fotografo di professione in gioventù, nascose a lungo la propria discendenza ebrea e cambiò il cognome polacco in Stanham, assumendo quello della madre per non avere ostacoli nella carriera militare, dove raggiunse il grado di maggiore. La madre di Patience, Olive Colgate, apparteneva a una nota famiglia di commercianti di Bath, ma che annoverava tra i suoi membri anche scrittori, critici e pittori. Herman lasciò la carriera militare attorno al 1920, per allevare maiali, per un certo periodo, e poi tornare alla fotografia. La famiglia sopravvisse in gran parte grazie all’eredità di Olive, tentando di mantenere le apparenze della media-alta borghesia edoardiana. La soffocante atmosfera famigliare, l’ipocrisia, il rigido mondo di formalità e l’educazione repressiva avuta durante l’infanzia e l’adolescenza, spinsero Patience verso scelte anticonvenzionali. Come scrive Adam Federman, “Col tempo la stessa Inghilterra avrebbe finito col rappresentare alcuni de peccatucci che l’avevano colpita da bambina, che descriverà come una serie di inganni, per quanto piccoli, e ‘cose non dette’. ” Grazie ad una zia che viveva a Londra, e ad altri parenti londinesi dalla vita un po’ boheme, fu in grado di studiare al Queen’s College e poi alla London School of Economics. Negli anni che precedettero lo scoppio della seconda guerra mondiale, Patience viaggiò a lungo in Europa, spesso in compagnia della sorella Tania. Aveva ventuno anni quando iniziò una relazione con Thomas Gray, che ne aveva ventinove, sposato, dai modi accattivanti. Pur non essendo sua moglie, Patience ne assunse il cognome legalmente e da lui ebbe tre figli, Nicolas, nel 1941, Miranda, nel 1942, e un’altra figlia, nata con una malattia congenita e che morirà di lì a poco. La relazione finì dopo alcuni anni e Patience allevò da sola i figli, nella campagna del Sussex, durante la guerra e il difficile dopoguerra. Secondo Rachel Cooke, autrice di Her Brillian Career, ten extraordinary women of the fifties, l’interesse di Patience per la cucina fu anche stimolato dalla povertà di quegli anni e dal razionamento, che la spinsero a studiare le piante selvatiche e, soprattutto, i funghi.

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Norman e Patience a Spigolizzi, verso la fine degli anni ’90 (Foto: Grace Di Napoli).

A Londra era entrata in contatto con tanti intellettuali, molti esuli in Inghilterra per sfuggire al fascismo e al nazismo. Federman ci mostra come la sua maturazione sia stata influenzata dall’amicizia di questi mentori, grandi studiosi, mondani e raffinati, come Irving Davis, bibliofilo e amante dell’Italia, col quale Patience viaggiò diverse volte. Davis era stato il compagno di Pino Orioli, il primo a pubblicare, nel 1928, Lady Chatterly’s Lover, di D.H. Lawrence.  Nel 1957, per le edizioni Penguin, uscì il suo primo libro, Plats di Jour, scritto assieme a Primrose Boys e illustrato da David Gentleman. Il volume proponeva un ampio panorama della cucina tradizionale europea. Divenne il vademecum di tante donne inglesi, perennemente divise tra lavoro e cura della casa e dei figli, e desiderose di variare il menu familiare con piatti spesso del tutto nuovi per il pubblico inglese. Fu il primo libro di cucina pubblicato in Inghilterra ad avere una sezione intera dedicata ai funghi.

L’anno successivo, Patience ottenne l’incarico di responsabile della ‘Pagina della Donna’, appena introdotta sul prestigioso Observer, incarico che conserverà fino al 1962. In quello stesso anno, fu pubblicato il Larousse Gastronomique, che Patience aveva tradotto in inglese assieme a Barbara taylor e altri. Tre anni prima, nel 1958, Patience aveva incontrato Norman Mommens, l’uomo che le avrebbe cambiato per sempre la vita.

Nato ad Anversa, in Belgio, nel 1922, Norman aveva sposato Ursula Darwin, pronipote del grande Charles e nota ceramista. Aveva anche lui lavorato la ceramica per un certo periodo. Tuttavia, “ l’uomo di pietra,” come lo definì Antonio Verri, aveva bisogno di un materiale più corposo per la sua arte e la scelta della scultura, come mezzo espressivo, fu per lui naturale. Quando incontrò Patience, aveva già alle sue spalle delle opere importanti, come il “Golia”, commissionato da Leonard Woolf, vedovo della scrittrice Virginia. Norman era un uomo attraente, vivace, intelligente, traboccante di energia creativa. Si innamorarono. Patience lasciò il suo incarico all’Observer e, nella primavera del 1962, partirono insieme per Carrara. Iniziava così il loro peregrinare per l’Europa, seguendo la “fame di marmo” dello scultore. Fu una scelta della quale non si pentirono mai. Patience dirà poi, “Norman mi ha regalato non solo una vita nuova, ma una vita sempre nuova” e dividerà la sua vita adulta in due parti, prima del 1962 e dopo, quando cominciò a vivere con Norman.

Si stabilirono a Castelpoggio, a due passi dalle cave di marmo di Carrara. Patience disegnava tessuti per la ditta Edinburgh Weavers e scriveva occasionalmente per l’Observer. Cominciò a raccogliere appunti, note, disegni, foto e tante ricette, che accumulerà nel corso degli anni. Si può dire che la gestazione del suo capolavoro sia iniziata qui.

La vita a Castelpoggio non fu facile, a corto di denaro com’erano. Inoltre l’alloggio troppo piccolo per fungere sia da abitazione sia da luogo di lavoro per entrambi. La ricerca di un luogo idoneo, li portò in Catalogna, a El Vendrel, presso il loro amico Apel-les Fenosa e, dopo un breve soggiorno londinese, a Naxos, dove trascorsero un anno ad Apollona. Qui Norman trovò marmo abbondante per le sue opere e Patience un luogo tranquillo per scrivere. Raccontò quell’esperienza in Ringdoves and Snakes, che Patience pubblicò nel 1988. A Naxos, dalle donne del posto, apprese numerose ricette della cucina contadina greca. Dopo altri sei anni a Carrara, l’ultima tappa li condusse nel Salento, dove, nel 1970, comprarono la masseria di Spigolizzi, sull’omonima collina tra Salve e il mare, con cinque ettari di terra intorno, in gran parte ricoperti di macchia mediterranea. La costruzione era abbandonata da anni, senza porte né finestre. La restaurarono spartanamente, senza mai installare l’impianto elettrico, scegliendo di vivere, per usare le parole di Bernard Hickey, in francescana semplicità.

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Norman, Patience e Bernard Hickey a Spigolizzi, attorno al 1997 (Foto: A. Magagnino).

 L’illuminazione era assicurata dalle belle lampade a petrolio Aladdin e dalle candele. Una motopompa tirava su l’acqua da una cisterna. Solo diversi anni dopo installarono due pannelli solari, che assicuravano sufficiente energia per alimentare due lampade a basso consumo, una nello studio di Patience e l’altra in cantina, dove conservavano un vino glorioso. Nel Salento, coltivarono ognuno i propri interessi. Artista veratile, Patience realizzava anche gioielli, lavorando l’argento. Un contadino del posto, “dal nome appropriato di Salvatore”, insegnò loro i sistemi ancestrali per coltivare pomodori, piselli, ortaggi e verdure locali. Furono appassionati difensori della macchia mediterranea, delle vestigia archeologiche e dei paesaggi del Salento, che cominciava a essere stravolto dall’ondata di speculazione edilizia degli anni settanta. Spigolizzi divenne anche un punto di riferimento per numerosi giovani del luogo, sensibili a queste problematiche, ma fu anche la meta di un costante flusso di visitatori, artisti, scrittori, giornalisti, musicisti da ogni angolo d’Italia e d’Europa. Nel 1972 il compositore Alvin Curran vi scrisse una delle sue composizioni, Under the Fig Tree. Nel 2000, vi scrisse una seconda versione, Under the fig tree II, in memoria di Norman, assieme a un’altra composizione, La Sinfonia dei Ricci, dedicata a Norman e Patience.

 

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Alvin Curran

 

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Under the Fig Tree, di Alvin Curran, versione II (agosto-ettembre 2000)

 

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Da esperta botanica, Patience raccoglieva anche funghi e verdure selvatiche nelle vicinanze della masseria, che preparava secondo le ricette della tradizione locale, già in quegli anni sul punto di cadere nell’oblio, perché associate a tempi di povertà e privazioni. Sotto questo punto di vista, il contributo della Gray alla preservazione dell’antica cultura culinaria del Salento è stato straordinario. Nella quiete di Spigolizzi, pigiando i tasti di una Olivetti Lettera 22, Patience redasse la versione definitiva di Honey from a Weed, Fasting and Feasting in Tuscany, Catalonia, the Cyclades and Apulia.

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Copertina dell’edizione originale di Honey From a Weed.

Dopo essere stata rifiutata da diversi editori, l’opera vide la luce nel 1986. Fu un notevole successo di pubblico e di critica. Derek Cooper venne due volte a Spigolizzi a intervistare Patience per The Food Programme, la sua celebre trasmissione sulla BBC4.

 

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Derek Cooper intervista Patience per la BBC

Nel volume confluirono venti anni di paziente lavoro e il titolo appare magicamente appropriato. Fu Norman a suggerirlo, ispirato dai versi del poeta inglese William Cowper: They whom truth and wisdom lead can gather honey from a weed (“Color che verità e saggezza guida, dalla malerba trarranno il miele”).

Federman confessa di essere stato conquistato dalla brillante prosa della Gray e dal modo in cui l’autrice legava in modo armonico tanti argomenti: il cibo, il mondo naturale, l’antropologia, la storia e la letteratura. Corredato dai suggestivi disegni in bianco e nero di Corinna Sargood, Honey from a Weed uscì quando si cominciava appena a parlare di “slow food” e per questo, scrive Sheila Dillon, può essere considerato uno dei libri di cucina più autorevoli, originali e profetici del ventesimo secolo. Il liro continua a essere ristampato.

Il sottotitolo del volume, Fasting and Feasting in Tuscany, Catalonia, The Cyclades and Apulia, indica non solo i luoghi di origine delle ricette, ma anche la filosofia che sottintende l’intera opera e ci rimanda alle antiche consuetudini di vita, quando la disponibilità di cibo era legata alle stagioni, al decorso dell’annata, alla clemenza o all’inclemenza del tempo. “Fasting and Feasting”, il digiuno rituale e la celebrazione conviviale, hanno da sempre scandito i tempi della vita delle comunità contadine. Come Patience scrive nell’introduzione:

“La buona cucina è il risultato di un equilibrio tra frugalità e liberalità … Essa nasce nelle comunità dove la disponibilità di cibo è condizionata dalle stagioni […] Quando la Provvidenza fornisce i mezzi, la preparazione e la condivisione del cibo assumono un aspetto sacro.[ …] È la povertà, piuttosto che la ricchezza, a dare alle cose buone il loro vero significato […] Io credo che il vero gourmet sia il contadino, il pescatore […], e per una buona ragione; ha coltivato o pescato […] la materia prima e ha prodotto il suo vino. La preoccupazione della moglie è quella di rendere giustizia alle sue fatiche. C’è un elemento emotivo che entra in gioco. Forse questo vecchio modo di vedere può essere motivo di ispirazione per coloro che cucinano in situazioni urbane più complesse. Per come la vedo io non sono stati necessariamente i cuochi degli alti prelati e dei principi ad inventare i piatti. Li hanno creati i contadini e i pescatori, i grandi cuochi li hanno solo raffinati.”.

Patience aveva l’abitudine di fermare riflessioni e ricordi in “fascicoli”, che poi fotocopiava e distribuiva agli amici. Saranno raccolti nel volume Work Adventures Childhood Dreams, dedicato a Norman e definito da Vera Rule, in una recensione sul Guardian, una “anti-biografia”. Patience Gray morì a Spigolizzi il 10 marzo 2005. Norman l’aveva preceduta “tra gli angeli” cinque anni prima, l’8 febbraio del 2000. Riposano ambedue nel cimitero di Salve. L’ultimo libro di Patience, The Centaur’s Kitchen, uscirà postumo a cura della figlia Miranda

Pochi di noi, ha scritto Bee Wilson sul Sunday Times, sceglierebbero di vivere come Patience Gray e tornare alla rigidità, un tempo obbligatoria, di nutrirsi strettamente secondo le stagioni. Tuttavia, è anche vero che se abbiamo guadagnato qualcosa, abbiamo anche perso molto con l’infinita abbondanza dei tempi odierni. A Patience piaceva citare Esiodo: ‘Stolti, perché non sanno quanto più grande è la metà dell’intero/né quanta grande ricchezza celano la malva e l’asfodelo’. Diceva anche di aver imparato tanto da gente che non ha mai letto un libro.

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Norman e Patience a Spigolizzi (Anni ’80, foto di Maurizio Buttazzo).

Bibliografia essenziale:

P. Gray, Honey From a Weed, fasting and feasting in Tuscany, Catalonia, the Cyclades and Apulia, London, Prospect Books, 1986; Ead., Ringdoves and Snakes, London, Macmillan, 1988; Ead., Plats du Jour, Prospect Books, London 1990; Ead., Work, Adventures, Childhood Dreams, Leucasia Edizioni, Presicce (LE) 1999; V. Rule, A woman for all seasons, in “The Guardian”, 29 luglio 2000; P. Gray, The Centaur’s Kitchen, London, Prospect Books, 2005; R. Cooke, Her Brilliant Career, ten extraordinary women of the fifties, London, Virago, 2013; A. Federman, Fasting and Feasting, the Life of Visionary Food Writer Patience Gray, Vermont, Chelsea Green Publishing, White River Junction, 2017; B. Wilson, Fasting and Feasting, the life of visionary food writer Patience Gray by Adam Federman, in “The Sunday Times”, 11 giugno 2017; S. Dillon, The virtues of Patience, in “Mail on Sunday”, 15 luglio 2017.

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Sofka Zinovieff: Eurydice Street, a house in Athens.

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I have just finished reading Eurydice Street, a place in Athens (Granta Books, London 2005) by Sofka Zinovieff. When more than ten years ago, Sofka moved to Athens with her husband Vassilis and their two daughters, she did not imagine she would be starting an exploration journey into the history and the culture of Greece and its capital. A journey that led her not only to accept a world and an environment completely different from those she had been accustomed until that moment, but also to love them without prejudice or conceit. Maybe, falling in love with Greece is inevitable, notwithstanding all its contradictions, the ordered disorder and the overwhelming bureaucracy, once “we leave behind the reasons why we came”, as Patience Gray wrote*. Eurydice Street is an extraordinary vade mecum for all those wishing to know Greece as the great artists and travellers of the 19th and early 20th century knew it, from Lord Byron to Lawrence Durrell and Kevin Andrews , among others. A pity the book has not been translated into Italian. What surprised me was also remembering how many words and customs typical of my place and the local dialect (Salento, Apulia, in particular my native village, Alezio), come from ancient or modern Greek: a particular circular shaped bread, with a hole in the middle, for the Salentini is “cuddhura”, like Greek “koulouria”; the godfather is a “cumpare”, clearly from Greek “koumbaroi;” a lazy man, with no sympathy for work, is a “camasciu”, like greek “kamakia” (an idler whose favourite occupation is “harpooning” beautiful foreign women), to quote only a few cited in Zinovieff’s book. Of course there are so many others, Salento was not part of the Byzantine Empire for nothing. Terms like “cantru” (a big earthen chamber pot), “tianu” (a pan to be used in the oven), “tampagnu” (a lid), “putea” (a shop), “carusu” (a young man), “calu/uccali” (a jug), derive respectively from the Greek “kantaros” (a pot, often similar in shape, but used for a more noble purpose, to mix a dense wine with water), “teganon”, “tumpàunon”, “apotheke”, “kouros” and “boukalis”. Indirectly, due to association of ideas, I was also reminded how our Grandmother “Nonna Celeste” used to cook haricot white beams, exactly like a fasolákaia, a Greek recipe in Patrience Gray’s Honey from a Weed**. I’m going to serve it to my wife for lunch next week! Well, thank you, Sofka Zinovieff.

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Ho appena finito di leggere Eurydice Street, a place in Athens (Granta Books, London 2005 ) di Sofka Zinovieff. Quando, diversi anni fa, Sofka si è stabilì ad Atene col marito Vassilis e le loro due figlie, probabilmente non immaginava che avrebbe iniziato un viaggio di esplorazione della storia e della cultura della città e della Grecia. Un percorso che l’ha portata non solo ad accettare mondi e ambienti diversi da quelli nei quali era vissuta, ma ad amarli come una seconda patria, senza pregiudizi e presunzioni. Forse innamorarsi della Grecia, con tutte le sue contraddizioni, l’ordinato disordine e l’asfissiante burocrazia, è inevitabile, una volta che si arriva ci si “lascia alle spalle i motivi per i quali siamo venuti”, come aveva scritto Patience Gray*. Eurydice Street è uno straordinario vademecum per tutti coloro che vogliono conoscere la Grecia come l’hanno conosciuta i grandi artisti e viaggiatori dell’ottocento e della prima metà del novecento, da Lord Byron a Lawrence Durrell e Kevin Andrews. Peccato che il libro non sia stato tradotto in italiano. Ciò che mi ha colpito è stato ricordare quante parole  e usanze salentine (in particolare del  io paese natale, Alezio) derivano dal greco, parole che fin da bambino io, come tanti del mio paese, ho utilizzato: la forma di pane rotondo, col buco al centro, tipo ciambella, la chiamiamo “cuddhura”, dal greco “koulouria”; il padrino è il “cumpare”, chiaramente dal greco “koumbaroi”; uno che non ha voglia di lavorare, lo chiamiamo “camasciu”, come il greco “kamakia” (uno sfaccendato, intento solo ad abbordare e sedurre belle donne straniere), per citarne solo alcune citate nel libro della Zinovieff. Naturalmente ce sono tante altre utilizzate nel linguaggio quotidiano. Termini come “cantru” (grosso vaso da notte di terracotta), “tianu” (tegame, spesso circolare, da forno), “tampagnu” (coperchio di pentola), “putea” (negozio o laboratorio artigianale), “carusu” (giovanotto) e “calu” (una brocca di terracotta), derivano rispettivamente da  “kantaros” (sempre vaso di terracotta, dalla forma spesso simile, ma utilizzato per scopi più nobili, per mischiare un vino troppo denso con dell’acqua), “teganon”, “tumpàunon”, “apotheke”, “kouros”, e “boukalis”. Mi sono, indirettamente, diciamo per associazione di idee, ricordato anche della ricetta della zuppa di fagioli che faceva la Nonna Celeste e che è uguale a quella greca che nel libro di Patience Gray (Honey from a Weed**) si chiama fasolákaia. La preparo la settimana prossima. Beh, grazie Sofka Zinovieff!

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* P. Gray, Ringdoves and Snakes, Macmillan, London 1988

** P. Gray, Honey from a Weed, Fasting and Feasting in Tuscany, Catalonia, the Cyclades and Apulia, Prospect Books, London 1986

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8 settembre 1943: tutti a casa

Settantacinque anni fa, da Napoli fino al Salento a piedi, per sfuggire ai rastrellamenti dei nazisti, dopo la fuga del Re e di Badoglio a Brindisi e lo sbandamento del Regio Esercito Italiano.

Papà e zio Pippi

Mio padre, Rocco Magagnino e il fratello Giuseppe a Roma, attorno al 1942.

La foto che ritrae mio padre Rocco e suo fratello Giuseppe, lo zio Pippi, a Roma, a Piazza Navona, davanti alla fontana dei “Quattro Fiumi”, con alle spalle il lato che rappresenta il Gange, è stata fatta probabilmente tra il 1941 e il 1942, prima che lo zio fosse inviato in Jugoslavia col suo reparto di fanteria. Papà invece era nei Lancieri d’Aosta, un reparto di cavalleria che fu impegnato in Grecia, Albania e in Africa. Mio padre non partecipò alle operazioni di guerra sul fronte, perché, dopo il 1942, fu assegnato al deposito del reggimento a Napoli. C’è ancora una strada a Bagnoli che si chiama Viale Cavalleggeri D’Aosta. Papà rimase a Napoli fino all’8 settembre 1943, sotto costanti bombardamenti da parte degli anglo-americani. Mi raccontava che i Consolidated B-24 Liberator arrivavano a stormi, con le fusoliere in alluminio che brillavano al sole. Il contrasto della caccia italiana e tedesca era ormai quasi inesistente e anche le sirene lanciavano i loro ululati d’allarme quando già le prime esplosioni squarciavano l’aria.

 

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Un Consolidated B-24 in volo

I grandi quadrimotori bombardavano a tappeto la città. Dopo ogni passaggio, una striscia di Napoli non c’era più. Dove c’erano i bei palazzi eleganti o i quartieri dei bassi restavano solo rovine, edifici sventrati con le masserizie pendenti e il dolore, le lacrime e le urla della gente che piangeva i morti. Una volta l’incursione arrivò così all’improvviso che papà non fece in tempo a raggiungere il rifugio più vicino e si riparò all’interno di albero cavo. Quell’albero gli salvò la vita. Quando le bombe cessarono di esplodere, lui era coperto di terriccio, ma incolume, e il tronco dell’albero crivellato dalle schegge delle bombe.

Napoli 1943

Napoli 1943

L’8 settembre, poche ore dopo l’annuncio dell’armistizio, gli ufficiali sparirono quasi tutti dalla caserma. Rimasero solo i soldati, qualche sottufficiale, i graduati come papà, che nel frattempo aveva avuto i gradi di caporal maggiore. L’unico ufficiale rimasto, un vecchio colonnello napoletano gli disse: ”Magagnì, prendi gli uomini delle tue parti e andatevene a casa, che qui si mette male.” A poca distanza dalla loro caserma c’era, infatti, una caserma occupata da truppe tedesche, e quelli che fino al giorno prima erano stati i camerati alleati, ora erano probabili nemici, vista l’ambiguità del comunicato di Badoglio. Già i tedeschi li guardavano in cagnesco ed erano superiori per forze e armamenti. Il reparto di papà era quasi tutto in Grecia, in quel momento. Così papà raccolse un gruppo di salentini, di Sannicola, di Tuglie e altri paesi vicini e li guidò a piedi verso casa, in abiti civili recuperati alla meglio. Tra di loro, c’era un altro aletino, Zeno Negro, col quale avrebbero spesso rievocato quell’avventura. Impiegarono oltre un mese, attraverso campi e montagne, stando bene attenti a evitare le strade più battute, perché i tedeschi in ritirata fucilavano tutti i soldati sbandati che, in assenza di ordini e senza ufficiali ai quali fare riferimento, avevano deciso che la cosa migliore da fare era tornarsene a casa.

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Un soldato americano tra le macerie a Napoli nel 1943

Lungo la strada non mancarono le peripezie e i pericoli. Rimasero nascosti per giorni lontano dall’unica strada che attraversava un tratto dell’Appennino, in attesa che terminasse il transito delle autocolonne tedesche in ritirata dirette alla linea di Cassino. Si fermarono spesso nei casolari sull’Appennino, dove anziani contadini li sfamarono con quello che avevano, uova, pane, latte, formaggio. Alcuni chiedevano notizie dei figli lontani al fronte, facevano vedere qualche sbiadita foto nella speranza che qualcuno li avesse visti. Davano l’impressione di pensare che il “fronte” fosse un luogo dove tutti i soldati fossero radunati a combattere e quindi era possibile che si conoscessero quasi tutti. Papà era intenerito dalla loro ingenuità e cercava di confortarli dicendo che la guerra ormai era finita (così si credeva, infatti) e che sicuramente presto sarebbero tornati a casa.

Non mancarono episodi strani e curiosi. Una volta, seguendo un sentiero tra le montagne, sul fondo di una vallata si trovarono a dover attraversare una linea ferroviaria. Era sempre un momento rischioso, perché le linee ferroviarie ancora agibili erano sorvegliate e non era possibile sapere da chi. Ma la cosa strana fu che sui binari, disteso sulle traversine, c’era un uomo. Erano tutti stanchi e non mangiavano da tre giorni. Lo osservarono a lungo, chiedendosi se fosse morto o se per caso non fosse una trappola per attirarli laggiù. Purtroppo era l’unico punto per passare dall’altra parte e continuare la loro strada. Alla fine uno di loro decise di tentare la sorte e si avvicinò furtivamente. L’uomo dormiva della grossa. Accanto a sé aveva un fagotto.  Tutto il gruppo si fece coraggio e in fila indiana passarono accanto all’uomo addormentato. Passando, qualcuno disse: “Compà, accorto che ti fregano il fagotto!” e gli altri, passando dopo di lui, ripeterono la frase. L’ultimo afferrò il fagotto e se lo portò via. Diverse ore dopo, quando furono lontani ed era ormai pomeriggio inoltrato, aprirono il fagotto e dentro c’erano due o tre conigli già spellati. Si scorgeva un casolare in cima ad una collina. Si avvicinarono e bussarono alla porta. Dal piano di sopra si affacciò un contadino al quale chiesero dell’acqua. Poco dopo comparvero sulla soglia un uomo e una donna di mezz’età, ai quali spiegarono chi erano: soldati italiani che tornavano a casa. I due contadini lo avevano già capito. Altri erano passati prima di loro. Chiesero ai soldati se avessero fame. Risposero di sì e mostrarono i conigli. Mentre mio padre e i suoi compagni si lavavano alla meglio alla fontanella di un abbeveratoio vicino alla casa e riposavano un po’ al riparo di un fienile, la donna si mise al lavoro e preparò loro una cenetta con i conigli, patate, uova e pane duro. Il contadino mise a tavola una caraffa di vino rosso.

Quando giunsero a Lecce, si presentarono al distretto militare e vennero tenuti in servizio con varie mansioni fino al 1945.

Lo zio Pippi tornò a casa dalla Jugoslavia, anche lui dopo l’8 settembre. Una nave traghettò il suo reparto a Pescara, e da lì, lui e altri della nostra zona, tornarono a casa a piedi. Si diressero prima a Foggia, perché avevano avuto notizie che c’erano ancora treni che viaggiavano verso sud. Purtroppo, quando arrivarono a Foggia la stazione ferroviaria non c’era più, e non c’era più nemmeno buona parte della città, rasa al suolo da violentissimi bombardieri americani perché considerata strategica per la difesa dell’Asse.

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La stazione di Foggia rasa al suolo

Tra le macerie erano rimaste uccise oltre 20.000 persone, un quarto della popolazione della città. Così il gruppo fu costretto a riprendere la strada a piedi per raggiungere il Salento. Ad Alezio, i due fratelli si riabbracciarono, a ottobre, nella casa paterna di Via Raggi.

Le vicende di decine di migliaia di soldati italiani, in quei tragici giorni, sarebbero state rievocate nel film di Luigi Comencini, Tutti a Casa (1960), con Alberto Sordi ed Eduardo De Filippo tra gli interpreti principali.

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VINCENZO COSENTINO: LA VOCE ITALIANA DI RADIO BUDAPEST

Era di Poggio Imperiale e visse in trincea una pagina drammatica della storia ungherese.

Questo post è la riproduzione di un mio articolo apparso sul quotidiano l’ATTACCO, Anno 12, N. 97, di martedì 22 maggio 2018, pagg. 22-23.

di Aldo MAGAGNINO

Poggio imperiale

Budapest d'epoca

 

Da ragazzo, con la vecchia radio di famiglia, una Allocchio-Bacchini del 1952, amavo sintonizzarmi sulle stazioni straniere, soprattutto su quelle che trasmettevano in inglese. Mi piaceva seguire anche i programmi che molte stazioni trasmettevano in italiano. Erano gli anni della guerra fredda e sia le radio del blocco orientale sia quelle dell’Europa occidentale, avevano sezioni che curavano trasmissioni in lingua straniera sulle onde corte. Lo faceva anche la Rai. Una delle emittenti che si captavano più chiaramente, era Radio Budapest. Aveva un programma in inglese che, però, era preceduto da uno in italiano e, spesso, mi capitava di ascoltare anche quello. Dopo la sigla, una bella voce annunciava: “Qui Radio Budapest. Buona sera, amici italiani …”. La voce era quella di Vincenzo Cosentino, come avrei scoperto molto più tardi. Io vivevo in un paesino del Salento ma, a quattrocento chilometri a nord, a Poggio Imperiale (Foggia), un’altra persona, Rosa Cosentino, si sintonizzava ogni sera su quella frequenza per sentire la voce del fratello. Molti anni dopo avrei scoperto che Pina, la mia compagna, era una nipote di Vincenzo. Mezzo secolo dopo aver ascoltato la voce di Cosentino alla radio, a Budapest avrei incontrato sua figlia.

Vincenzo Cosentino era nato l’11 febbraio 1893 a Mottola. Suo padre, Nicola, originario di Sant’Andrea Ionio (CZ), rimasto vedovo quando Vincenzo aveva tre anni, si trasferì a Poggio Imperiale, dove trovò lavoro come fattore presso un facoltoso proprietario terriero. Nel 1915, a 22 anni, Vincenzo fu mobilitato per la Grande Guerra e inviato al fronte.

Vincenzo Cosentino, in divisa, durante la Prima Guerra Mondiale

Vincenzo Cosentino, in divisa, durante la Grande Guerra.

Fu fatto prigioniero dagli austroungarici che lo internarono a Márianosztra, a un centinaio di chilometri a nord di Budapest. Irrequieto per natura, decise di scappare assieme ad un compagno di prigionia. Il piano prevedeva marce di circa 50 km al giorno per raggiungere l’Italia, passando per la Romania e i Balcani. Era un’impresa disperata. Lui stesso descrisse le incredibili condizioni di quel viaggio. Camminavano di notte, e di giorno si nascondevano in qualche fienile, per sfuggire ai pattugliamenti dei militari. Qualche volta si aggrappavano a un treno di passaggio che sembrava andare nella direzione giusta, saltando giù quando intravedevano un tunnel. Il suo compagno decise di non proseguire già dopo pochi giorni. Lui continuò fino alla periferia di Budapest, dove rimase nascosto fino alla fine della guerra. Probabilmente fu aiutato da qualcuno, forse da una donna. Sappiamo che, dopo la guerra, sposò una donna ungherese, Aranka Weisz, dalla quale ebbe una figlia, Livia, che oggi ha oltre novant’anni. Nel corso dei successivi 16 anni non è chiaro se sia mai tornato a Poggio Imperiale, ma è probabile che vi si sia recato un paio di volte, sempre per brevi periodi. A Budapest, si guadagnava da vivere, come avrebbe fatto fino alla fine dei suoi giorni, dando lezioni private di italiano e lavorando come interprete e traduttore. Lavorò anche come precettore nelle famiglie benestanti ungheresi. Nel periodo tra le due guerre mondiali, imparare l’italiano era di moda in Ungheria, sia per i rapporti commerciali sia perché molti ungheresi amavano passare le vacanze in Italia. Nel 1927 era stato firmato un patto di amicizia italo-ungherese, che aveva rafforzato i rapporti tra i due paesi.

Vincenzo Cosentino a Budapest negli anni '20

Vincenzo Cosentino a Budapest negli anni venti.

Budapest era una grande città, già allora con oltre un milione di abitanti, molto vivace dal punto di vista culturale. C’erano numerosi cinema e teatri. Scrittori, poeti, artisti e pensatori animavano la vita dei caffè del centro. Non è difficile immaginare il fascino che possa aver esercitato sul giovane Vincenzo Cosentino. Per tutta la vita sentirà la nostalgia della terra natia, sognando i colori e i profumi del suo paesino ai piedi del Gargano. Tuttavia, quando vi si recava per una breve vacanza, era invaso da un senso di irrequietezza e sentiva forte il desiderio di tornare in quella che per lui era, ormai, la seconda patria.

Budapest - Oktogon ter e Terez korut- anni '20-'30

Budapset, Oktogon ter e Terez korut negli anni venti.

Dopo il divorzio dalla prima moglie, verso la fine degli anni ’30, Vincenzo incontrò Jolán Szőts, di venti anni più giovane di lui. La sposò nel 1939 e da lei ebbe un’altra figlia, Lucia. Tra il 1939 e il 1945 non ebbe la possibilità di tornare in Italia, a causa della guerra. Vi ritornò, invece, qualche volta tra il 1945 e il 1950, sempre da solo, mai con la famiglia. In quegli anni, per i cittadini dei paesi al di là della “cortina di ferro” era estremamente difficile ottenere il passaporto. Nel 1950, dopo un soggiorno in Italia, gli venne negato il rientro in Ungheria. Una sola volta le autorità ungheresi consentirono alla moglie e alla figlia di recarsi alla frontiera con l’Austria, per incontrarlo per poche ore. Riuscì a tornare in Ungheria solo nel 1956 e, quello stesso anno, ottenne un lavoro presso la Magyar Radió, più nota in occidente come Radio Budapest. Il suo compito era quello di tradurre e leggere in italiano i notiziari diffusi sulle onde corte.

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La sede storica di Radio Budapest.

Pochi mesi dopo, le trasmissioni della sezione italiana vennero momentaneamente interrotte dalla rivoluzione ungherese. La sede della radio di Bródy Sándor utca fu incendiata. Iniziata come una dimostrazione studentesca, la protesta dilagò coinvolgendo gli operai. Diversi reparti della polizia e dell’esercito si unirono ai dimostranti. Nel corso di dodici gloriose giornate, tra il 23 ottobre e l’inizio di novembre, gli ungheresi ebbero l’illusione di potersi sottrarre al giogo sovietico, sotto la guida di Imre Nagy. Il 4 novembre, però, l’Armata Rossa invase il paese, con 200.000 uomini e migliaia di carri armati, e la rivoluzione venne soffocata nel sangue. Cosentino tornò a lavorare alla radio mentre nelle strade si sparava ancora.

Carri sovietici a Budapest 1956

Carri armati sovietici nelle strade del centro di Budapest, 4 novembre 1956.

Maria Peredi, valente interprete e traduttrice, negli anni ‘60 sua giovane collega alla sezione italiana di Radio Budapest, ricorda Vincenzo, che tutti chiamavano ‘Zio Cosentino’. “Era un collega amato e rispettato da tutti,” racconta, “aveva ottimi rapporti anche con noi giovani. Era sempre gentile, pronto ad aiutarci. Nella nostra sezione c’erano molti italiani, tutti ormai scomparsi, purtroppo. Puoi immaginare quanta allegria! Loro facevano il lavoro in pochissimo tempo e poi si divertivano.” Vincenzo Cosentino era un autodidatta. Non sappiamo molto dei suoi studi. Sappiamo, però, che era un giovane intelligente, curioso, che amava la lettura, per cui c’è da supporre che ciò che non poté ricevere dalla scuola lo apprese da solo. Questa curiosità, questo desiderio di apprendere nuove cose, specialmente le lingue straniere, l’avrebbe accompagnato per tutta la vita. La figlia Lucia racconta che la sera, dopo cena, si chiudeva in camera a perfezionare lo studio dell’inglese, per comunicare più agevolmente con i colleghi della sezione anglofona. Poliglotta, oltre all’italiano, imparò a parlare correttamente inglese, francese, tedesco e, naturalmente, ungherese. Uno dei luoghi dove Cosentino era di casa, era l’Istituto Italiano di Cultura, a poche decine di metri dalla sede della radio. Ne frequentava la biblioteca e raramente mancava agli incontri culturali e alle conferenze che intellettuali,  artisti, scrittori, docenti e personaggi politici italiani vi tenevano. Come interprete, gli capitò anche di accompagnare rappresentanze italiane in visita in Ungheria. Nel 1959 fu girato un lungometraggio, Kölyök (Il Cucciolo), diretto da Mihály Szemes e Miklós Markos, che riprendeva anche la visita di una delegazione italiana, accompagnata proprio da Cosentino, in una fabbrica metallurgica. Cosentino vi compare per circa un minuto.

Vincenzo Cosentino sulle colline di Buda negli anni '60

Vincenzo Cosentino sulle colline di Buda negli anni ’60.

Béla Szomráky, illustre interprete e traduttore, che aveva cominciato a lavorare a Radio Budapest nel 1977, dove avrebbe assunto la responsabilità della sezione italiana, ricorda perfettamente Cosentino. Infatti, pur essendo in pensione dal 1966, per altri dieci anni Vincenzo continuò ad andare alla radio tutti i giorni. “‘Zio’ Cosentino era molto rispettato e benvoluto dai colleghi ungheresi. Nel breve periodo in cui ho avuto modo di frequentarlo,” scrive Szomráky, “Vincenzo, con un fisico molto indebolito, oramai mezzo cieco, appoggiandosi a un bastone, veniva sempre meno in redazione. Doveva avere più di 80 anni. Il suo udito, però, era sempre buono, così riusciva ancora a lavorare nello studio come ‘lettore audio’, un ruolo creato appositamente per lui. Il suo compito era quello di assistere alle registrazioni dei programmi (a quei tempi non si andava in diretta) e intervenire nel caso di errori. Così la Radio poteva fargli avere un po’ di soldi con cui arrotondare la modesta pensione.” Vincenzo Cosentino morì a Budapest il 15 settembre 1978 e le sue ceneri vennero traslate a Poggio Imperiale. Tre anni prima di morire aveva scritto l’epigrafe che volle incisa sulla lapide.

La Mia Preghiera!

Ti ringrazio, o Gesù, figliuol divino,

Eterna fonte di speranza cristiana,

Di aver illuminato il mio cammino

Sino all’arca paterna in terra italiana.

Dopo lunga dimora, fra disparate genti,

Or qui, tra lauri, mirti e rosmarini aulenti,

Ov’alti e solenni chino il capo i cipressi

Raccolti in preghiera col vento osannano anch’essi!

Budapest 1975. Vincenzo Cosentino.

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THE STORY OF A BOTTLE

Aldo Magagnino

1607

In 1981, eminent food writer Patience Gray found a small glass bottle in a pajara, a typical Salentine trullo-like stone hut, while roaming in the fields around the Masseria Spigolizzi, in the countryside of Salve, where she lived with her husband, the Flemish sculptor Norman Mommens. The bottle, Patience wrote, “has on it in elliptical relief the word PATRELLE, the maker I imagine, & lower down LES LILAS, the product I suppose, & at the base in a straight line the smaller word DEPOSÉ. Some faint lilac scent must have filled the bottle, patented before the age of screw-tops and dangerous spraying mechanisms; it can’t be scent, it must be toilet water, in this aquamarine glass bottle.”

Patience cannot find an explanation for the presence of the bottle in the pajara, and finds far from plausible even the only hypothesis she conjectures.

“Long ago two peasants lived in the ravine in a well constructed stone hut, whitewashed, close to a source of holy water at Pozzo Volitro & sprinkled themselves with flower water. It seems unlikely.”

The delicately shaded green bottle inspired Patience to write one of her fascicoli, slim typewritten essays, where she used to record reflections, events, memories and much more. She would give or send photocopies of them to relatives and friends in Italy and abroad.

Patrelle 1

 

As usual, Patience illustrated the fascicolo. The Patrelle – Les Lilas includes fine watercolours of the little bottle with an anemone inserted in the narrow neck, in spite of the idea, current at the time, that “Drawing flowers to-day  is a symptom of a baleful tendency that the Italians call ‘cadere nell’individualismo’, thanks perhaps to Marx, denoting a precipitous descent into meaningless action – action without social significance. But what if this fall is something life-giving to the individual?”

Patience kept the bottle in her room, but it would often appear on the kitchen table, always with some flower in it.

Another find Patience kept in her room was a bottle with the word Toschi on it.  The lettering was so “oldfashionedly modern” that turning the bottle slightly the I vanished and the H turned into an A.  “The vessel instantly and melodramatically becomes Tosca, favourite opera of la Banda.”

Patrelle 2

 

One day it was snowing and Patience rescued a perishing rose in the garden and inserted it in the TOSCHI bottle. On the decorator’s table in her room, overlooking the ‘lake of stone’ of flat calcareous Salentine bedrock, TOSCA and LES LILAS “thundered away in duet while the person drawing them was thinking of tragic and irreparable things”. As a matter of fact, Patience remembered why the Patrelle bottle had focused her attention: she had found it in the same pajara where, long before, the body of a murdered man had been discovered.

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I do not know what became of the TOSCHI bottle, but sometime later, Patience added a handwritten note at the foot of the last page of her essay: “A few days ago, there was a detonation in my room, Patrelle – Les Lilas had cracked in two, in sheer desperation.”

Patrelle 3

A few days ago, while surfing the net, I came across a reference to Patrelle – Les Lilas and to my amazement I discovered that the firm never produced perfumes or toilet water or anything else of that sort. Founded in 1852 by a French lady whose name, by an unbelievable coincidence, was Salve Marie Patrelle, the company made its debut with a single product: Arome Patrelle ®, described as arômes de potage and they used the kind of bottle that Patience found in the pajara until the beginning of the 20th century, when they adopted the ubiquitous screw-top.

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Several years later, the company also started to produce preserves and aides à la patisserie. Arome Patrelle was recommended for ragoût, roux, gelée, steacks au poivre, et… beurre”  and much more because “les gens qui consomment des viandes à braiser ou à bouillir sont plus nombreux qu’on ne le pense.”

How the bottle made its way to this remote corner of the Salentine countryside remains a mystery. Maybe some Salvese emigrant to France brought the bottle home, with its mysterious content, to introduce their relatives to the joys of French civilization. The Salvesi were probably puzzled by the novelty, but certainly the vessel was later re-used several times, as everything was at the time. Peasants would often carry small bottles with them to their fields (especially those that had contained cough syrup, or any other sort of drug used for treating winter illnesses in the family), filled some medication that they would dilute in water and spray on the plants.

A few ancient bottles of Patrelle – Les Lilas were on sale on the Internet and I bought one. It is exactly as it appears in Patience’s watercolours. And I keep it in my room, too, with anemones emerging from the gracious neck.

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I have not been able to find any information concerning what exactly were the “arômes” the bottles originally contained. Today the description of the content has switched to saveur de potage, consisting in E150b and sulphites.

 One could wonder how Patience, with all her experience of culinary matters, could possibly not know of the existence of this trade mark product, once quite popular among French housewives, and still sold in large quantities today: about one hundred thousand bottles of sauver de potage are sold each month. But then again, how could she know? She would never have used any concoction bearing such a nebulous name as arômes de potage. And I can tell you, her potage never needed a saveur.

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*All quotations from Patience Gray were taken from the original essay, Patrelle – Les Lilas, that the writer produced in 1981. Years later, Patience made some minor editorial changes to the text and included it in her book Work Adventures Childhood Dreams, Leucasia Edizioni, Presicce 1999.

Thanks to Nicolas Gray and Maggie Armstrong for their kindness and suggestions.

Aldo Magagnino, Presicce, 5th May 2018

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JOSEPH TUSIANI, SETTANT’ANNI A NEW YORK, CON SAN MARCO IN LAMIS NEL CUORE

Di ALDO MAGAGNINO

SABATO 18 NOV. 2017 L’ATTACCO, PAG. 22
Anno 11, N. 201

 

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Joseph Tusiani, accademico, saggista, scrittore e poeta italoamericano.

Settant’anni fa, la mattina del 6 settembre 1947, un giovane laureato in lettere classiche si sporgeva dal parapetto del transatlantico Saturnia, a scrutare la folla assiepata sulla banchina del porto di New York. In mezzo a tanti volti, cercava quello del padre che non aveva mai visto, se non in una sbiadita foto appesa al muro della cucina nella casa natia, a San Marco in Lamis, sul Gargano. Giuseppe Tusiani aveva attraversato l’Atlantico  con la madre Maria e ora la famiglia stava per ricongiungersi per la prima volta, dopo 24 anni. Giuseppe ne aveva 23. Quando suo padre Michele era partito, lui non era ancora nato. Arrivava in America con le sole credenziali della sua laurea in lettere classiche e una lettera di presentazione del suo professore Cesare Foligno, illustre dantista e docente di Letteratura Italiana prima a Oxford e poi a Napoli, per Padre Gerald Groveland Walsh, anch’egli famoso dantista, già allievo del Foligno, gesuita e presidente della Fordham University di New York.

Il transatlantico Saturnia all'arrivo nel porto di New York.

Il transatlantico Saturnia, all’arrivo nel porto di New York.

Tusiani si era brillantemente laureato all’Università di Napoli, nonostante la difficile condizione economica della famiglia. Con enormi sacrifici, la madre era riuscita a far studiare questo figlio, volenteroso e intelligente, coi magri guadagni del suo lavoro di sarta. Il forte legame tra madre e figlio, sviluppato in quegli anni di solitudine e ristrettezze, continuerà per tutta la vita. Più difficoltoso fu, all’inizio, creare un rapporto col padre. Quell’uomo incontrato sulla banchina a ventitré anni era praticamente un estraneo per Giuseppe. Quando la madre glielo indicò, tra la marea di gente che premeva contro le transenne del Molo 86 di Manhattan, guardandolo mentre sventolava il fazzoletto e gridava “Marì, Marì”, sentì che la parola ‘Papà,’ sulla quale “mi ero esercitato per anni, non mi sarebbe venuta sul labbro. Quelle due sillabe, per altri facili e naturali, erano per me un intoppo irto e tremendo.”

 

Joseph Tusiani a 23 anni, con la madre, a bordo della nave Saturnia. La foto è scattata durante la traversata per New York, dove sbarcherà il 6 settembre 1947

Joseph Tusiani e la madre Maria sul Saturnia, durante la traversata.

Sentimenti forse non troppo diversi provava il padre Michele nei confronti di questo figlio, che aveva forse immaginato bambino e che si vedeva ora davanti nelle sembianze di un uomo. Anche per lui non sarà facile pronunciare la parola “figlio”. La prima sera in America, arrivati nell’alloggio che il padre aveva preso nel “Bronchese”, il Bronx nella parlata degli italiani di New York, prima di ritirarsi nella camera da letto con la moglie, per la prima volta dopo 24 anni, si avvicinò al figlio per mostrargli il contenuto del frigorifero, invitandolo a servirsi liberamente di tutto il ben di Dio che conteneva, “Se ti svegli e hai fame, apri e mangia e non pensare alla giobba. Buona notte, fi … felice.” Col tempo, naturalmente, anche il rapporto col padre si sarebbe consolidato e Tusiani avrà sempre sentimenti di orgoglio e tenerezza verso di lui.

Alla “giobba”, al job, al lavoro, Giuseppe pensava senza posa e non vedeva l’ora che qualcuno lo accompagnasse alla Fordham University. Tuttavia, dovette attendere il ritorno di Padre Walsh dall’Europa. Nel frattempo, esplorò la “Little Italy” del Bronx, frequentando ambienti ed esponenti della cultura italiana di New York. Nella sua autobiografia In una Casa un’Altra Casa Trovo (Bompiani, 2016), Tusiani ci descrive l’atmosfera delle strade attorno a Arthur Avenue, dove la famiglia abitava all’inizio, gli odori, il vocio, il trambusto che gli ricordavano “il pandemonio giornaliero di Forcella a Napoli”, o la fiera d’autunno che un tempo si celebrava nei paesi del Gargano, se non fosse per i richiami, in un inglese molto nostrano, che lanciavano i venditori ambulanti.

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New York, Little Italy di Arthur Avenue, verso la fine degli anni’40.

I circoli italiani di New York si dimostrarono ben presto asfittici, specie quello che si riuniva nella casa dell’architetto Nicola Giusto, sulla porta del quale era affissa la scritta “In questa casa non si parla il maledetto inglese”, per via del fatto che l’architetto aveva rinunciato ad impararlo, non essendo mai riuscito a pronunciare il suono del “th”. Tuttavia la frequenza di questi circoli, presso i quali, comunque, Tusiani resterà sempre attivo, gli permise di entrare in contatto con intellettuali come Onorio Ruotolo, Giuseppe Antonio Borgese e, soprattutto, Arturo Giovannitti, sindacalista, attivo sostenitore delle rivendicazioni della classe operaia italoamericana degli anni ’20, giornalista e poeta, autore, tra l’altro, del poema The Walker (1919).

” … Per tutta la notte inquieta ascolto passi sulla mia testa,
chi cammina? Non lo so. E’ lo spettro del carcere, è il
cervello insonne, un uomo, l’uomo, l’Uomo che cammina.
Uno-due-tre-quattro: quattro passi ed il muro.
Uno-due-tre-quattro: quattro passi e il cancello di ferro. …”

 

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Arturo Giovannitti, sindacalista e poeta.

L’anno dopo il suo arrivo a New York, Tusiani ottenne l’incarico di docente di letteratura italiana al College of Mount Saint Vincent. Vi resterà fino al 1972, quando decise di accettare un contratto con il Lehman College della New York City University. A casa di Onorio Ruotolo, Giuseppe Tusiani aveva visto per la prima volta il ritratto di Frances Winwar, la scrittrice di origini italiane che avrebbe avuto su di lui un’influenza determinante. Nata a Taormina nel 1900, Francesca Vinciguerra aveva americanizzato il suo nome, traducendolo letteralmente in inglese, dopo aver acquisito la cittadinanza americana. Di fatto era stato il suo editore a chiederle di cambiare nome e cognome come condizione per pubblicare il suo primo libro, The Ancient Flame (1927), in modo da facilitarne la circolazione oltre la ristretta cerchia degli intellettuali e dei lettori italiani d’America. Tusiani la incontrò nel 1953, nella casa estiva che la scrittrice aveva nel Vermont. La loro amicizia, immediata, sarà inossidabile negli anni. Tusiani andava a trovarla tutti i giorni a Manhattan appena finite le lezioni. Nel 1954 l’accompagnerà in un viaggio in Italia. Andarono insieme anche a Gardone Riviera, al Vittoriale degli Italiani, per le ricerche che la scrittrice stava conducendo per suo il libro su Gabriele D’Annuncio e Eleonora Duse (Wingless Victory: a Dual Biography of Gabriele D’annunzio and Eleonore Duse, 1956; edizione italiana: Con D’Annunzio, di Fuoco in Fuoco, Mondadori, 1960). Sarà la Winwar a stimolare Tusiani ad aprirsi sempre di più alla cultura del Nuovo Mondo, a perfezionare l’inglese, a scrivere nella lingua della sua nuova patria, a introdurlo negli ambienti della grande cultura newyorkese. Nel 1956 Joseph Tusiani divenne cittadino statunitense.

Frances Winwar

Frances Winwar

Nel corso di quel primo viaggio in Italia dopo sette anni in America, Tusiani visitò, naturalmente, anche San Marco in Lamis, dove scrisse, in inglese, il poema “The Return”. Frances Winwar lo invierà a sua insaputa in Inghilterra, a un concorso poetico. Tusiani lo saprà solo quando, per quella poesia, gli fu assegnato il prestigioso Greenwood Prize della Poetry Society of England. In seguito tradurrà lui stesso “The Return” in italiano, intitolandolo “M’Ascolti Tu, Terra Mia?” È un canto d’amore al paesello e alla “sua” montagna:

“My cradle-land, who suffered? I did not,
Nor did I ever miss your wonderbreeze,
If my sad eyes can see you, lucent still,
And still maternal. Over savage seas
My fear alone has groped; through winds, and weird
Valleys, and moonless paths, only my thought
Has ventured; but the soul,
Blood through the veins, has passed through your roots wild
Eternally, and the man
Has not outgrown the child. …”

 

“Terra natale, io non ho mai sofferto,
io non ho pianto e non son mai partito
se alla mesta pupilla,
che ti ritrova, tu sei bella ancora
e sei materna. Forse per selvaggi
mari avanzò la sola mia paura;
forse per venti e valli e per sere
illuni procedé, sempre sgomento,
il mio pensier soltanto;
ma l’anima, qual sangue tra le vene,
passò per tue radici eternamente
e l’uomo restò bimbo e fu sereno. …”

Nella sua lunga carriera accademica, Tusiani ha accumulato una monumentale bibliografia, pubblicando fondamentali saggi sulla letteratura italiana, inglese e americana, traduzioni, poesie in quattro lingue: italiano, inglese, latino e anche nel dialetto garganico, la lingua delle radici. L’amore per la terra natia è stata, infatti, una delle sorgenti più generose che hanno ispirato la poesia di Tusiani. Le sedici raccolte di poesie in vernacolo sono state pubblicate nel volume Storie del Gargano, Poesie e narrazioni in versi dialettali (2006). Le poesie in inglese e in latino sono state raccolte a cura di Emilio Bandiera e pubblicate, in Italia, da Congedo Editore (Carmina Latina 2, 1998; Collected Poems, 2004; Fragmenta ed Aemilium, 2009). Il primo volume di Carmina Latina era stato pubblicato nel 1994 da Schena Editore. Tusiani ha pubblicato, tra l’altro, la prima traduzione in inglese di tutte le poesie di Michelangelo, The complete Poems of Michelangelo (1960), della Gerusalemme Liberata (1970) e del Morgante del Pulci (1982).

Probabilmente, per il lettore, è proprio la poesia di Tusiani, oltre agli scritti autobiografici, a costituire l’aspetto più affascinante, per mole e, soprattutto, per la finezza, la musicalità della versifivazione e la delicatezza dei sentimenti. In essa, come nota Emilio Bandiera, nell’introduzione a Collected Poems, si rintracciano vari temi, da quelli della vita quotidiana, che fanno apparire queste composizioni come una specie di diario intimo, ai ricordi nostalgici dell’infanzia e dell’adolescenza trascorse nel paese ormai lontano nello spazio e nel tempo.

“Enmeshed in mist, an alpine peak expects

sunrise and song. What is a summit, then,

’til rays and rhythm liven it afresh?

Longing for valleys where the streaming light

already brightens buds and tickles birds;

longing for the arcane, new happiness

of music heard and limpidness beheld.

But, mantled yet in night, the lonesome peak

cannot remember all it does possess –

a regal robe to wear, made of entrancing

rubies and pearls and gold (oh, bold, enfolding

prancing of lively hours) and so forgets

the only reason for its blissful height,

the ultimate enchantment of its life. ….”

(da “A Garland for Manhattan”)

“Irretito di nebbia, un picco alpestre

aspetta il sole e il canto. Cos’è, dunque,

una vetta senza ritmo né luce?

Desiderio di valle dove il raggio

irradia gemme e vèllica gli uccelli,

desiderio di gioia arcana e nuova

a una musica o alla limpidità.

Ma solingo ed avvolto nella notte,

il picco è immemore di ciò che ha –

una veste regale di abbaglianti

rubini e perle e oro (oh, avvolgente

danza di vive ore) e perciò scorda

della sua altitudine beata. ….

l’incanto primo e la ragione estrema….”

                               (da “Una Ghirlanda per Manhattan” Trad. C. Siani)

Ciò che maggiormente colpisce, però, è il senso di una visione della vita, di una religiosità che Bandiera definisce, acutamente, platonica e francescana. Una religiosità mai bigotta, anzi a volte quasi rivoluzionaria, come nella poesia “Caino, offerente migliore”, nella quale il poeta, cito sempre Bandiera, “capovolge l’esegesi che la tradizione religiosa ha sostenuto e diffuso per secoli”, facendo di Caino il fratello buono.

Per le sue opere e la sua straordinaria carriera di studioso, Giuseppe Tusiani ha ricevuto i più alti riconoscimenti, in America e, a sfatare il proverbio Nemo Propheta in Patria, anche in Italia. Quando lasciò l’insegnamento attivo, nel 1983, il Lehman College lo nominò Professor Emeritus e istituì il Joseph Tusiani Scholarship, per borse di studio agli studenti italoamericani. Il Congresso degli Stati Uniti gli ha conferito, nel 1984, la Congressional Medal of Merit. Nel 1999, ha ricevuto dal Governatore di New York, Mario Cuomo, il Governor’s Award of Excellence. Tusiani è anche stato insignito della Laurea honoris causa in Lettere e Filosofia dall’Università di Foggia e del Premio Puglia, istituito dalla Regione Puglia per i pugliesi che si sono distinti nel mondo. Numerosi sono i convegni organizzati in suo onore e gli accademici che studiano le sue opere. A Lecce, il Prof. Emilio Bandiera, traduttore ufficiale della produzione poetica in latino di Tusiani, ha istituito il Fondo Tusiani presso l’Università del Salento, una raccolta completa degli scritti del grande sammarchese di New York e degli studi critici sulle sue opere.

Il 9 gennaio 2016, il Governatore Andrew Cuomo, figlio di Mario, ha nominato Joseph Tusiani “Poeta Laureato” dello Stato di New York. A 93 anni, Giuseppe Tusiani continua a scrivere e a venire ogni anno, in primavera inoltrata, nella sua San Marco in Lamis, a respirare i profumi del Gargano. Auguri, Maestro!

Bibliografia essenziale

Joseph Tusiani, La natura nella poesia di William Wordsworth, Napoli, Università di Napoli, 1947.

Joseph Tusiani, Petali sull’onda : poesie, New York, Euclid publishing, 1948.

Joseph Tusiani, La poesia amorosa di Emily Dickinson, New York, The Venetian press, 1950.

Joseph Tusiani, Dante in licenza, Verona, Nigrizia, 1952.

Joseph Tusiani, Mallo e gheriglio; La quinta stagione, traduzione di Maria C. Pastore Passaro, Roma, Bulzoni, 1987.

Joseph Tusiani, In una casa un’altra casa trovo : autobiografia di un poeta di due terre, a cura di Raffaele Cera e Cosma Siani, Milano, Bompiani, 2016.

Per la bibliografia completa di Joseph Tusiani, si veda: http://siba3.unile.it/ctle/tusiani/bibliografia.htm

Parte di quest’articolo è apparso Sabato 18 Novembre sul quotidiano foggiano L’Attacco (Anno 11, N. 201. Pag. 18)

 

 

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